Quando la poesia si fa immagine: "Dall'immagine tesa" di Clemente Rebora
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Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa -
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono -
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
(Dall’immagine tesa, Clemente Rebora)
Entrare in una classe di secondo superiore e parlare di Clemente Rebora non è mai una sfida banale. La sua è una parola nuda, scabra, "tesa" appunto, che chiede di essere ascoltata con una profondità che mal si concilia con la velocità del mondo social in cui i ragazzi sono immersi. Eppure, tra i banchi, è successo qualcosa di magico. Abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Dopo l’analisi testuale di "Dall’immagine tesa”, ho chiesto ai ragazzi di non limitarsi a spiegare i versi, ma di trasformarli in un video, scrivendo una vera e propria sceneggiatura.
Divisi a coppie, gli studenti si sono trasformati in registi e sceneggiatori. Il compito? Tradurre l’attesa spasmodica del testo reboriano in un linguaggio cinematografico.
È stato incredibile osservare come la tecnica si sia intrecciata alla sensibilità poetica.
C’è chi ha scelto primissimi piani strettissimi per rendere l’angoscia del "vuoto", e chi ha immaginato immense stanze per quell'immagine che "balza" improvvisa.
I ragazzi hanno discusso anche sulla tipologia di illuminazione, più fioca come quella prodotta da una candela, o più decisa come quella di un raggio di sole diretto. Hanno anche immaginato i suoni e i rumori, silenzi carichi di tensione, passi che rimbombano.
Vederli chinati sui fogli a discutere se un’inquadratura fosse coerente con le parole del poeta, mi ha confermato che la poesia non è affatto morta. Cercando il giusto angolo di ripresa, hanno in realtà scovato il senso profondo del testo: quell’attesa vigile di qualcosa (o Qualcuno) che rompa l'inganno della realtà.
In secondo superiore, i ragazzi non hanno solo studiato Rebora. Lo hanno guardato negli occhi, cercando di catturarlo in un frame. È così che l'immagine non è stata più solo tesa, è diventata viva.
Prof. Laura D.






