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Quando la poesia si fa immagine: "Dall'immagine tesa" di Clemente Rebora

  • 14 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con imminenza di attesa -

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono -

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto.

Verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

(Dall’immagine tesa, Clemente Rebora)




Entrare in una classe di secondo superiore e parlare di Clemente Rebora non è mai una sfida banale. La sua è una parola nuda, scabra, "tesa" appunto, che chiede di essere ascoltata con una profondità che mal si concilia con la velocità del mondo social in cui i ragazzi sono immersi. Eppure, tra i banchi, è successo qualcosa di magico. Abbiamo deciso di cambiare prospettiva. Dopo l’analisi testuale di "Dall’immagine tesa”, ho chiesto ai ragazzi di non limitarsi a spiegare i versi, ma di trasformarli in un video, scrivendo una vera e propria sceneggiatura.

Divisi a coppie, gli studenti si sono trasformati in registi e sceneggiatori. Il compito? Tradurre l’attesa spasmodica del testo reboriano in un linguaggio cinematografico.

È stato incredibile osservare come la tecnica si sia intrecciata alla sensibilità poetica.

C’è chi ha scelto primissimi piani strettissimi per rendere l’angoscia del "vuoto", e chi ha immaginato immense stanze per quell'immagine che "balza" improvvisa.

I ragazzi hanno discusso anche sulla tipologia di illuminazione, più fioca come quella prodotta da una candela, o più decisa come quella di un raggio di sole diretto. Hanno anche immaginato i suoni e i rumori, silenzi carichi di tensione, passi che rimbombano.

Vederli chinati sui fogli a discutere se un’inquadratura fosse coerente con le parole del poeta, mi ha confermato che la poesia non è affatto morta. Cercando il giusto angolo di ripresa, hanno in realtà scovato il senso profondo del testo: quell’attesa vigile di qualcosa (o Qualcuno) che rompa l'inganno della realtà.

In secondo superiore, i ragazzi non hanno solo studiato Rebora. Lo hanno guardato negli occhi, cercando di catturarlo in un frame. È così che l'immagine non è stata più solo tesa, è diventata viva.


Prof. Laura D.


 
 
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