top of page

Rasiglia, il borgo di 45 abitanti con la sua centrale idroelettrica!

3 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

A partire dal Medioevo, grazie all’intuizione dei monaci benedettini, la comunità ha saputo sfruttare la forza delle sue sorgenti naturali trasformando uno sperduto borgo dei monti umbri in un laborioso “centro industriale”.


Un borgo lungo la valle del Menotre che è come uno scrigno tra natura e tradizione artigianale. Mercoledì 28 novembre, abbiamo fatto un’interessante visita lungo le viuzze del borgo medievale di Rasiglia (provincia di Foligno) e dentro i locali-museo che conservano un patrimonio architettonico e industriale inaspettato.

Appena varchi l’antico arco d’ingresso, noti subito un’aria di casa: ogni minimo dettaglio, dalla cura delle piante alla disposizione dei fiori, dalla raccolta dei rifiuti a tutta la pulizia della città, è opera degli abitanti del piccolo borgo come ci ha spiegato Alvaro, la nostra preparatissima e appassionata guida dell’APS Rasiglia e le sue sorgenti. È bello vedere con i propri occhi, come il bisogno di custodire e rendere più bello il luogo dove si vive porti i suoi frutti. E Rasiglia è veramente un borgo bellissimo! Tutto questo perché è amato. Questo ci ha  fatto pensare subito a un luogo molto caro a noi, la Contea. Una volta era un terreno abbandonato, pieno di rovi e rottami, ma col tempo e il duro lavoro è diventato un posto bello e accogliente, grazie a un gruppo di amici che gli ha dedicato tempo ed energie per farlo rifiorire, amandolo “prima che questo potesse essere amabile”, come dice Chesterton a proposito di Pimlico.


Un’altra cosa che ci ha colpito è che tutta la storia e le antiche tradizioni di Rasiglia sono giunte fino a noi grazie ai giovani, figli e nipoti degli anziani abitanti del borgo che, di propria iniziativa, hanno raccolto testimonianze di vita vissuta, del sapere e delle tecniche di uomini e donne che hanno dedicato la propria vita all’artigianato tessile e sartoriale. L’intuizione, possiamo dire, è opera della “mano divina”: alcuni amici ebbero l’idea di realizzare un presepe vivente per le vie del paese e, esplorando il borgo ormai spopolato e del tutto trascurato, sono entrati in antichi opifici chiusi da decenni e hanno trovato macchinari per la tessitura che testimoniano secoli di tradizione artigianale. Hanno capito immediatamente che questo “tesoro” doveva essere conosciuto da tutti e conservato per le generazioni future e si sono messi all’opera. Rasiglia, grazie a loro, è oggi uno dei borghi più visitati dell’Umbria e tutelato dal vincolo di interesse storico-monumentale del Ministero della Cultura.


La tradizione di lavoro e laboriosità degli abitanti di Rasiglia è legata all’acqua che arriva attraverso tre sorgenti principali: Capovena, Alzabove e Venarella. La quantità d’acqua che sgorga da queste fonti è talmente tanta che alimenta da sola tutta la valle umbra del sud.

Sono stati i monaci benedettini i primi a utilizzare, in pieno Medioevo, l’energia cinetica dell’acqua dei fiumi di Rasiglia, il cui nome significa “acque impetuose”. I monaci hanno canalizzato l’acqua, per portarla in ogni casa, in modo che ogni famiglia potesse sfruttarla per i bisogni domestici ma anche creando macine per il grano, tintorie e lanifici. Rasiglia è famosa per la sua tradizione tessile. Il nostro amico Alvaro, ci ha fatto vedere i vari telai che si sono susseguiti durante i secoli, tutti conservati nei locali storici del borgo. Il primo era quello a mano, azionato da pedali e leve, poi quello meccanico, del 1700 che sfruttava l’energia cinetica dell’acqua. Il movimento del mulino poi trasferiva energia al telaio tramite un sistema a coppia conica collegata ad una cinghia che aziona il telaio. Con questo nuovo telaio si riusciva a produrre il triplo dei tessuti in metà tempo. Con la rivoluzione industriale poi è stato creato un nuovo telaio ancora più moderno e complesso, alimentato dalla corrente prodotta dalla centralina idroelettrica del paese e rimasto in funzione fino al 1975 (NB: a Rasiglia, primi del ‘900, c’era la corrente in tutte le case, mentre nel resto d’Italia solo le dimore dei ricchi ne disponevano). Fu Il francese Joseph Jacquard a inventare il moderno e imponente telaio nell’ ‘800 che utilizzava schede perforate per realizzare tessuti elaborati come il broccato o il damascato. Ma non tutti sanno che il francese sfruttò il prototipo di qualcun’altro, un certo Giovanni il Calabrese, che già nel 1400 utilizzava schede perforate per sollevare più fili di ordito simultaneamente e che poi si diffusero in tutta Europa. Il principio delle schede perforate è il primo esempio di programmazione della storia, ripreso e applicato secoli dopo nei primi calcolatori elettronici e in seguito nei moderni computer.  Quindi si deve dire che il Medioevo non ebbe curiosità scientifica? Tutt’altro! Gli scienziati del Medioevo anticiparono, grazie alla loro intuizione, ciò che i moderni realizzeranno solo tempo dopo grazie a nuove tecniche.


Oggi l’antica tradizione tessile cerca di essere portata avanti. Anche noi abbiamo realizzato con un telaio a mano un pezzetto di tessuto, sotto la guida esperta di Paola, una giovane abitante del borgo che ha un piccolo laboratorio dove realizza tessuti secondo l’antica arte. Si vedeva e si capiva dalle sue parole la passione che mette in quello che fa. Ci ha mostrato anche come si tingeva la lana prima dell’utilizzo della chimica: i fiori bolliti e poi essiccati diventano coloranti naturali per creare il rosso scuro della robbia, il giallo intenso della ginestra o il blu-azzurro del guado, una pianta verde che solo dopo lunghi e complessi passaggi diventa di un colore unico nel suo genere e per questo preziosissimo. Il termine guadagno, ci ha spiegato Alvaro, deriva proprio dalla pianta del guado, considerata nel passato preziosa come l’oro. Nel pomeriggio siamo stati anche a Spello, uno dei borghi più belli d’Italia, con le sue mura romane, i palazzi in pietra, i vicoli fioriti e una vista meravigliosa sulla valle.

È stata proprio una bella esperienza, una gita veramente educativa, che ci ha permesso di scoprire cose nuove ma anche di toccare con mano quello che a scuola impariamo!

                                                                                        

Gli studenti del III liceo










 

 
 
bottom of page